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Solo-una-mamma


Cara mamma, questo trinomio non ti è poi così nuovo probabilmente, ma stamattina questa frase riecheggia nella mia mente e non mi vuole abbandonare. Sono mesi che non scrivo, o perlomeno, non scrivo nulla che poi valga la pena di essere condiviso. Ma stamattina proprio non riesco a sopprimere questo pensiero.

Sei solo-una-mamma, 
anche se non necessariamente con questa forma, 
questo è il messaggio che in diverse modalità la società in cui viviamo non ha esitato a lanciarti dritto addosso da quanto sei custode della vita di tuo figlio.






  






Solo-una-mamma è solo una frase, ma ha un retrogusto davvero amaro. 
Ha lo strascico dell’ignoranza e del finto femminismo che viviamo ai giorni nostri. Solo una mamma, non ha nulla di costruttivo, è solo uno dei tanti modi di esprimere disprezzo e sdegno nei confronti di una categoria “debole”. Nell’era in cui conta quello che fai, quello che mostri in una foto, a scapito di quello che sei, la maternità e la paternità sono diventate realtà più rare del solito, e quando arrivano, sono solo uno step successivo alla “realizzazione personale”.

Solo-una-mamma è un mostro che terrorizza una donna, che le impedisce di sbocciare come madre, che la fa sentire frustrata e castrata (posso usare questo termine riferendomi a una donna?!). 

Ebbene, solo-una-mamma riecheggia nella mia mente da mesi, è quella scia sottile di petrolio che sporca il mare di bellezza di questo periodo meraviglioso della mia vita.
























Perché fa così male? Perché non riusciamo a liberarcene? Perché questo fantasma ci perseguita?

In sostanza perché viviamo in un mondo che ha messo al centro la realizzazione personale a tutti i costi, e quest’ultima, non ha solo lo scopo di realizzare qualcosa di buono nella società, ma da essa dipende l’immagine che abbiamo di noi stessi e degli altri, ne facciamo il motore della nostra vita, ovvero, sei qualcuno che conta solo se hai fatto qualcosa di rilevante.

La nostra felicità ormai deriva dall’autocelebrazione anziché dal lavoro al servizio degli altri, siano essi familiari o sconosciuti. 

Se sei donna questo concetto è poi portato ai massimi sistemi, considerando che devi faticare molto di più per emergere in una cultura che fa ancora fatica ad abbracciare e valorizzare le differenze di genere. 

Per sfuggire ad una società repressiva e maschilista, basata sul modello patriarcale, siamo passati a un modello diametralmente opposto, che vede al centro l’emancipazione a tutti i costi, anche se tra questi costi ci sono realtà esistenziali forti come la vita di coppia o la genitorialità.






















In nome della finta uguaglianza di genere è la donna che si è dovuta immolare sull’altare del “posso farcela a tutti i costi”, quando il problema è proprio nel riconoscere a livello antropologico l’impatto e la ricchezza che può portare la figura femminile anche in un contesto lavorativo, senza però pretendere che debba sacrificare famiglia e figli, perché altrimenti te ne stai a casa.

Questo non è femminismo, questa non è uguaglianza, bensì un sessismo ancora più forte, poiché è silente, insito nei comportamenti e legittimato dalle normative del lavoro.

Detto questo naturalmente non bisogna additare una donna che magari rimanda il desiderio di essere madre per non dover rinunciare alla sfera professionale, né tantomeno una madre che si fa in quattro per conciliare famiglia e lavoro. Questo pensiero non deve essere letto come una critica verso la persona o una categoria, ma contro certi modelli di pensiero che senza tener conto delle mille sfaccettature che caratterizzano l’universo femminile, creano solo un clima di giudizio e di ostilità.

Brevi esempi per argomentare in maniera più semplice:

Se allatti, ma quante volte lo allatti? Stai sempre con queste tette al vento?! 
Se non allatti, ma come mai?! Poverina, che peccato che non gli dai il tuo latte! 
Beata te, che sei a casa e non fai niente tutto il giorno! 
Che fai ora che sei dipendente da tuo marito?! 
Se vai a lavoro, ora questi bambini cresceranno con i nonni o con la tata!
Non gli dai le pappe bio super-iper-naturali?!
Hai deciso di provare con l'autosvezzamento? Contenta te!

Come la giri, la frittata è sempre questa. Ovunque guardi troverai lingue affilate come lame, pronte a colpire. 

Affrontare quest’aspetto della maternità è come vivere un’ulteriore sfida come donna, pensare che non siamo qualcuno solo se facciamo questo o quello, ma fortificarsi a livello personale, scoprendo di essere persone di valore a prescindere da quello che produciamo, pensare che i nostri figli saranno piccoli per poco e che questa fase non è che un passaggio necessario alla loro crescita, comprendere che si è donne e madri sempre, se si lavora a tempo pieno, part-time, se non si lavora o se questo argomento è in stand-by. 




















Appurare che non esiste una regola, che un modello non è migliore di un altro, che non tutte hanno le stesse possibilità di scelta, che alcune invece lo scelgono e portano il peso o il senso di colpa, che ogni madre così come ogni bambino è un universo da scoprire.

Speriamo di poter celebrare così un giorno la maternità, nelle sue mille sfaccettature, ma tutte accomunate da un unico filo sottile e indistruttibile, l’amore.

Se hai qualche suggerimento o qualche spunto di riflessione e ti farebbe piacere condividerlo lasciamo un messaggio qui sotto il post, ne sarei felice.

A presto,
Anna.

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