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Il mio bambino non mi ascolta



Prima o poi nell’esperienza da genitori arriva il momento di confrontarsi con questo argomento: 
il mio bambino fa i capricci, non mi ascolta!

Penso sia una situazione abbastanza comune e spesso si fa fatica da genitore a gestire lo stress emotivo di fronte a certi comportamenti che alterano il nostro equilibrio, appunto, come i capricci o le crisi di pianto improvviso.

Se si vuole approfondire l’argomento troviamo una serie vastissima di libri che trattano di questo, così come il numero di articoli presenti sul web, in molti hanno provato a trovare “soluzioni” per fronteggiare queste situazioni e tanti altri hanno addirittura inventato dei “metodi” per poterle gestire.




Ma davvero può esistere un metodo valido ed efficace per tutti? 
C’è una soluzione preconfezionata a un “problema” comune a generazioni e generazioni di genitori?

Mi piacerebbe dire di si, che esiste la formula magica, la ricetta perfetta.
Ma direi una grossa bugia.

Questo non sono io (l’ultima arrivata) a dirlo, ma anni di studi e ricerche sul comportamento infantile ci ricordano sempre che con i bambini non esistono scorciatoie, metodi miracolosi o verità assolute.

Il discorso è tutto su altro livello.

Parliamo di EMOTIVITA’.

Di recente ho letto un passaggio di un libro di A. Bortolotti che non tratta nello specifico di questo argomento, ma che trovo utilissimo in relazione a ciò che stiamo affrontando ora.



Vorrei che i genitori, gli educatori e tutti coloro che hanno a che fare con i più piccoli avessero il coraggio e la forza di tornare bambini, mettendosi alla loro altezza e innescando con loro una comunione di cuori e di cellule capaci di risuonare insieme. Questo aiuterà a far emergere le risorse di ciascuno e sarà anche il modo più efficace per accettare la gestione dei conflitti che si presenteranno.  
(A. Bortolotti, Poi la mamma torna, Mondadori)




Proviamo a fare un esercizio, ponendo il discorso su un piano diametralmente opposto:

Ascolto il mio bambino?

E per ascolto non limitiamoci al senso letterale del termine. 

Riesco a cogliere gli stati d’animo, il vissuto emotivo o il livello di stress nel mio bambino?

Sono in sintonia col mio bambino?

Riesco a mettermi nei panni del mio bambino in una determinata situazione?

Insomma, potremmo stilare una lista dei significati di questa parola, che da sola racchiude l’intero mondo delle relazioni.

Nel passaggio del libro di cui vi parlo sopra si fa riferimento proprio a questo,
non esiste una regola generale, ma sicuramente la base su cui si poggia qualsiasi metodo o scelta educativa deve essere la complicità col nostro piccolo. Sapere che anche se stiamo affrontando una fase dura per entrambi, lo stiamo facendo insieme e il fine è sempre la relazione.

I capricci, le incomprensioni, i conflitti fanno parte della crescita e (anche se da genitore non mi fa piacere ammetterlo) giocano un ruolo cruciale, seppur scomodo, nella crescita di una persona.






Provare a guardare le cose da questa prospettiva non risolve il problema, non ci risparmia la fatica, ma forse ci fornisce gli strumenti per poter affrontare con un livello di stress minore situazioni difficili. 
Ci rende più consapevoli del nostro ruolo e non ci fa subire passivamente il tutto, conosciamo lo scopo e l’importanza di quello che stiamo facendo e questo può fare davvero la differenza.

Quindi una maggiore consapevolezza che porta di conseguenza un maggiore senso di efficacia, questo può davvero aiutare.

E voi cosa ne pensate?
Se si va raccontatemi la vostra esperienza, perché in quest'ambito c'è sempre da imparare!

Grazie e a presto!
A.

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